RECENSIONI

 


 

SPECCHIO MIO FATALE, QUAL’E’ IL VERO SENSO DEL REALE?
INTERROGAZIONI E RISPOSTE, ENIGMI E SOLUZIONI NEL LAVORO ARTISTICO DI CLAUDIO SIVINI
 
 
Una mostra personale di Claudio Sivini è un fatto raro e prezioso. Raro perché la tecnica messa in opera è laboriosa e difficile e il prodotto licenziato è funzionalmente perfetto; prezioso perché vedere insieme tanti lavori di Sivini è un fatto spettacolare e, in ogni modo, gratificante e godibile a diversi livelli, suscitando un apprezzamento pressoché generale. Si tratta di specchi incastonati in appositi contenitori (che diventano così problematiche finestre aperte sul mondo) e su cui l'autore interviene inserendovi oggetti trovati, sagome allusive opache o pellicole plastiche colorate, ottenendo l'effetto spettacolare di un'astrazione geometrica spesso giocata sull'ambiguità dell'effetto cinetico ed optical oppure la rassicurante certificazione di un elemento di realtà appena alluso, in bilico tra la nostalgia del naturale e le illusioni dell'artificiale. Ma al di là di questo primo approccio, comunque interessante, il lavoro di Sivini riveste altri significati, che si spiegano anche con la sua formazione culturale. Egli ha studiato all'Istituto Statale d'Arte di Trieste e i suoi maestri lo hanno avviato all'esplorazione della luce e della materia (Bastianutto e Predonzani) e all'acquisizione della certezza razionale della geometria (Caramori e Cogno), per non parlare dell'esempio iconico di De Gauss e Carà.
Così formato, Sivini fece appena a tempo a cogliere il passaggio dall'informale al segnico, organizzando, in alcuni suoi antichi dipinti, la materia fermentante e preziosa entro salde e rassicuranti geometrie. Ma il vero exploit, tra optical e concettuale, fu la scoperta dello specchio come supporto.
Guardare in uno specchio è vedere se stessi e ciò che ci circonda, trasferiti in un mondo altro ed allusivo e, come cambia il riguardante e ciò che lo circonda, cambia l'immagine riflessa. Fin dall’inizio Sivini, tuttavia affascinato dall'ambiguità dell'immagine speculare (varia e mutevole come l’organicità della natura), ha sentito il bisogno di una sorta di ancoraggio, di una certificazione di presenza, di un “ubi consistam” per se stesso e per il riguardante. E questo elemento certificatore ed estraneo allo specchio è cambiato nel tempo: dapprima l'oggetto trovato quale elemento organico prelevato dalla natura, quindi il dato geometrico aniconico e immateriale e finalmente l'inserimento di sagome organiche allusive alla materia (il profilo di una montagna) e una struttura geometrica allusiva alla luce (l'arcobaleno). Il mondo sarebbe incomprensibile, perché mutevole come uno specchio, se l'artista non fornisse, certificandola con la sua presenza, una chiave di lettura.
Tale chiave fu dapprima l'organicità della natura, poi la razionalità dell'intelletto, ed ora, finalmente, la sintesi eletta di materia e luce, retta e curva, razionalità ed organicità, intelletto e sensibilità, mente e cuore. Un'arte quindi, quella di Sivini, ottimistica e rassicurante di un rapporto dell'uomo con il mondo nella riappacificata conciliazione di quegli opposti sopra citati, che sono tali solo in una civiltà parcellizzante ed alienante come quella che stiamo vivendo. E a fronte della quale l'arte di Sivini si pone come alternativa in nome di una rinnovata, e terapeutica, classicità.
Sergio Molesi dpdf Trieste, la notte del 17 maggio 1989, luna crescente.
(Dalla presentazione sul catalogo stampato nel settembre 1989 in occasione della mostra personale allestita alla "Sala Comunale d’Arte” di Trieste - Sergio Molesi).


 
“Le prove di Claudio Sivini possono, sulle prime, venire collocate nell'area dell'astratta purezza di un neoplasticismo alla Mondrian; l'artista appare operatore proteso alla purezza di fughe geometriche, di gabbie di luce, di griglie di colore puro, di rigati paralleli. Poi si penetra nella tridimensíonalità effettiva delle composizioni dei molteplici vetri sovrapposti agli argentei specchi dello sfondo. E siamo ad una costante e sempre desta interazione tra l'opera e l'ambiente circostante, la figura del fruitore, la sua faccia stupita e la luce del giorno. Tutto il mondo riflesso "come in uno specchio" (riferimento al Vangelo secondo Giovanni ma pure a “Sosom i en spegel”, film del 1961 di Ingmar Bergman). Fughe di finestre, di colline e di nubi, di cieli staffilati dalla pioggia e subito dopo rasserenati dai colori dell'arcobaleno. Linguaggio nuovo, di avanguardia; ma che può trovare classici riscontri anche nella pittura rinascimentale. Si pensi al doppio "Ritratto dei coniugi Arnolfini”, dipinto da Van Eyck attorno al 1434. In particolare a quel fulcro dell'opera che è lo specchio convesso, nel quale si riflette tutta una fiabesca luce poetica..."
(Dalla presentazione sul catalogo stampato nel novembre 1995 in occasione della mostra personale allestita alla "Casa dei Carraresi" di Treviso - Sergio Brossi).
 
 
L’artista Claudio Sivini espone al Caffè Stella Polare alcune sue opere eseguite su specchio. La particolare tecnica, affinata in quasi 40 anni di approfondite sperimentazioni, offre all’osservatore attento un mondo in continuo divenire che muta a seconda dell’osservatore-fruitore che vi viene rispecchiato così che la propria immagine si presenta a fuoco ed egualmente vi viene riflesso l’ambiente. Annullando l’effetto specchio è possibile concentrare la propria attenzione direttamente sulla parte strutturale dell’opera. Oltre allo specchio, che costituisce da sempre la base delle opere di Sivini, varie stratificazioni di vetro ed altri materiali opportunamente impiegati creano, per l’osservatore in movimento, un lieve effetto cinetico. Le cornici, progettate e costruite dall’artista, sono parte integrante dell’opera e risultano indispensabili per l’assemblaggio di tutti i materiali che la formano. Da più di 21 anni Sivini ha creato al Caffè Stella Polare uno spazio espositivo aperto al pubblico, dove sono state realizzate oltre 260 mostre.
(Da “TRIESTE ARTE&CULTURA” – dicembre 2004, recensione critica di Claudio Martelli).